Cosa conta di più: doti naturali o allenamento?

Quando oggi andiamo dal medico e ci lamentiamo per qualche malanno, spesso ci sentiamo rispondere che è normale essere un po’ ipertesi, avere la tiroide lenta, frequenti emicranie o la glicemia alta: ce l’avevano anche i nostri genitori, e dunque ecco tutto spiegato. Non c’è soluzione, ci dicono: la malattia se la deve tenere, nessun cambio di stile di vita può modificare questo esito e dunque prendiamo pure dei farmaci. Personalmente rimango sempre molto perplesso quando sento discorsi di questo genere.

Ritengo infatti che incolpare dei nostri malanni un meccanismo esterno, verso il quale non abbiamo alcun potere, serva soltanto a deresponsabilizzarci, a toglierci la voglia di reagire. Come in quella storia di fantasia che ogni tanto racconto, con i due genitori obesi che mi portano il figlio obeso dicendo che la causa è sicuramente la genetica. Ai quali rispondo che certo, è possibile, ma che sarei curioso di sapere perché anche il cane è obeso.

La verità è che i nostri geni ci hanno consentito di sopravvivere per gli ultimi 200.000 anni in condizioni di vita terribili, predati da animali feroci, soggetti a freddo, caldo, siccità, infezioni, fame, e siamo ancora qui a raccontarlo. Dunque la nostra genetica troppo scarsa non era, e se oggi la consideriamo un “difetto di produzione” stiamo sbagliando qualcosa, almeno nell’interpretazione.

Se oggi facessimo incontrare intorno al fuoco –come scrive Yuval Harari nel suo Da animali a dei– un gruppo di giovani adulti del Paleolitico con un gruppo di giovani adulti moderni e li facessimo parlare di malattie e di morte, rimarremmo sorpresi. I primi infatti parlerebbero di lupi, orsi, giaguari, serpenti, ferite da taglio, da lancia, da bastone, mentre i secondi parlerebbero di diabete, cancro, ipertensione, gotta, ipercolesterolemia, obesità, depressione, osteoporosi, infarto, allergie. Patologie completamente sconosciute ai primi. Perché nel Paleolitico tutte queste patologie non esistevano.

Esistevano delle predisposizioni, naturalmente, che avevano però significato difensivo e non erano in alcun modo espresse nelle normali condizioni di vita di quell’uomo, che ogni giorno si muoveva per molti chilometri e non aveva occasione di ingozzarsi di merendine, bibite e gelati. Ecco: troppo spesso ci dimentichiamo del fatto che la genetica di quegli uomini è esattamente la nostra. Che noi discendiamo da loro.

Il messaggio da raccogliere è uno ed è forte: per due milioni di anni siamo stati nomadi cacciatori raccoglitori e la nostra genetica si è stabilizzata circa 200.000 anni fa con la nascita dell’Homo sapiens sapiens. Gli ultimi 10.000 anni di vita agricola sono un’inezia e da un punto di vista genetico non hanno modificato pressoché nulla del nostro patrimonio di DNA. I nostri corpi, dunque, sono geneticamente strutturati per vivere in ambienti aperti e soleggiati, per correre diverse ore al giorno (come splendidamente documentato dal lavoro di Bramble e Liebermann apparso su Nature nel 2004 che per primo anni fa ebbi l’onore di commentare su questa rivista) e per mangiare cibi grezzi come frutta e verdura, carne, pesce, uova, semi integrali, radici.

Se non ci allontaniamo da queste sane abitudini, le nostre predisposizioni genetiche non arriveranno mai a manifestarsi, e nessuno di noi sarà mai obeso, iperteso, ipercolesterolemico. Ben diverso dunque è il messaggio che voglio dare, e che ovviamente non piacerà né ai produttori di merendine, di creme zuccherate e di bibite gassate, né ai produttori di farmaci che ci vorrebbero tutti magicamente malati e bisognosi di cure. Se il nostro stile di vita si avvicina a quello naturale dell’uomo, fatta eccezione per qualche rara e sfortunata omozigosi, non dobbiamo temere alcuna malattia. E forse non avremmo neppure bisogno di tutti quei farmaci, se solo imparassimo a muoverci con regolarità e a mangiare cibi veri invece che junk food industriali a base di zucchero, sale, oli di risulta e farine raffinate.

Se oggi siamo ancora sulla Terra è perché i nostri avi, solo qualche generazione fa, erano capaci di catturare un cinghiale a mani nude inseguendolo di corsa. Se siamo bianchi o neri, alti o bassi, dunque, non importa. Sono altri fattori – culturali, alimentari, di allenamento, di motivazione – che rendono per qualche anno imbattibili i kenioti piuttosto che gli etiopi. Noi sappiamo di essere uomini e in quanto tali, alla faccia della genetica e della predisposizione alle malattie, di essere capaci, se lo vogliamo, di qualunque traguardo.

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