Ad ascoltare le pubblicità televisive, sembra che il colesterolo sia il nemico numero uno delle arterie. Eppure molti studi scientifici (soprattutto quelli più recenti) mettono in dubbio questo assioma, peraltro mai dimostrato. Vengono infatti colpite da infarto persone con colesterolo sia alto sia basso e i valori medi nazionali di colesterolo di decine di nazioni diverse non sono in alcun modo correlati con la mortalità cardiovascolare di quel paese. Ma si sa che una bugia (al pari di un dato scientifico falso), può diventare verità se ben propagandata.
Correlazione non è uguale a causa
Da dove nasce la credenza relativa alla dannosità del colesterolo? Si tratta di una correlazione ben documentata: poiché chi mangia tanto ha più colesterolo (che viene accumulato volentieri, trattandosi di una molecola utile) ed è mediamente più grasso (quindi più esposto a patologie cardiovascolari), ecco trovato il legame tra colesterolo e malattie cardiache. Con un solo difetto: una correlazione non è un nesso di causa, solo un legame temporale tra due eventi di entità simile (come ad esempio le precipitazioni mensili nell’Ohio e il numero di matrimoni in Abruzzo) che non necessariamente sono causa o effetto l’uno dell’altro. Vediamo un semplice esempio. Gli uomini obesi muoiono di più di quelli di peso normale. La taglia della giacca di costoro sarà più grande di quella dei normopeso. Esiste dunque una correlazione, indiscutibile, tra tale taglia e la morte cardiovascolare. Ma se qualcuno sostenesse che, se si riducesse la taglia della giacca, gli obesi morirebbero di meno, verrebbe coperto di risate. Eppure è ciò che è successo con il colesterolo, molecola di grande utilità biologica criminalizzata come il peggiore dei killer.
Rischio moderato
Il fatto che alte quantità di colesterolo rappresentino un moderato fattore di rischio per alcune patologie cardiovascolari già in essere è documentato. Elevate quantità di grassi nel sangue (trigliceridi o colesterolo) possono costituire il materiale di partenza per la formazione della placca ateromatosa, ovvero quel deposito lipidico sulla parete di vasi infiammati o danneggiati che, restringendone il lume, può generare occlusioni, trombi e quindi infarti o ictus.
Tuttavia la sola presenza di materiale potenzialmente pericoloso non porta per forza a sviluppare aterosclerosi o infarto. Aumenta solo, in misura contenuta, il rischio complessivo. Pericoli ben più alti sono legati al fumo, al diabete, all’ipertensione, all’obesità, alla sedentarietà, alla predisposizione genetica, come risulta evidente dalle carte europee del rischio score o da quelle italiane dell’Istituto di sanità sul rischio di morte cardiovascolare a dieci anni. Una donna quarantenne non fumatrice, ad esempio, anche con un colesterolo totale a 300 e con una pressione sistolica medio-alta (160) è a rischio zero. Un uomo della stessa età e con gli stessi valori ha solo l’1% di probabilità di subire un evento cardiovascolare in dieci anni. Tali valori si impennano subito, invece, quando parliamo di fumatore sessantacinquenne con pressione sistolica a 180: 47% di probabilità di evento cardiaco, potenzialmente mortale. Una percentuale che cresce ulteriormente se il paziente è anche diabetico. Questa è evidence based medicine. Il resto è marketing.
I valori degli sportivi
L’atleta dunque deve preoccuparsi nel momento in cui si trovi un colesterolo più alto rispetto ai valori considerati normali? La mia esperienza dice di no. Lo dice in particolare la mia esperienza di responsabile nutrizionale della nazionale italiana di ultramaratona, un laboratorio medico-scientifico di tutto rispetto. Potete immaginare il mio stupore nel rilevare come un gran numero di atleti in perfetta salute cardiovascolare avessero valori di colesterolo totale superiori a 300, seppure con colesterolo HDL (quello cosiddetto buono, sebbene il termine sia privo di significato) superiore a 100, quindi molto alto. A sentire le pubblicità televisive che trattano l’argomento, questi runner avrebbero dovuto essere ricoverati. Evidentemente, invece, la loro ricca alimentazione contribuisce all’elevazione del valore di colesterolo totale, bilanciata però da valori coerenti di HDL e LDL, le due “navette” dedicate al trasporto del colesterolo rispettivamente verso il fegato e verso le arterie.
Un precursore prezioso
Per uno sportivo è importante disporre di buone quantità di colesterolo, perché precursore di numerose molecole di alto valore biologico fondamentali per l’atleta, come il cortisolo (che media motivazione, umore e carica sportiva), gli steroidi anabolizzanti (che inducono costruzione di massa muscolare), gli steroidi sessuali (estrogeni e testosterone), la vitamina D (indispensabile al mantenimento della durezza ossea), il coenzima Q10 (cofattore fondamentale per la funzionalità del mitocondrio), alcuni componenti della guaina mielinica (per la funzionalità nervosa), componenti dei succhi biliari, eccetera. Non c’è da stupirsi dunque nel prendere atto del fatto che, riducendo il valore del colesterolo, si ha minore capacità di rispondere allo stress, si costruisce meno massa muscolare, si riducono fertilità e desiderio sessuale, si perde massa ossea e capacità metabolica e si progredisce più rapidamente verso il diabete.
Farmaci e benessere
Gli ultimi lavori scientifici sulle statine e sui più recenti farmaci anticolesterolo PCSK9 inibitori non solo non hanno generato alcun vantaggio in termine di morti cardiovascolari, ma in alcuni casi hanno visto addirittura impennarsi il numero di decessi nel gruppo trattato con medicinali rispetto al placebo. Si vedano in proposito lo studio Fourier, interrotto in anticipo per testare l’evolocumab, che ha generato 251 morti sotto farmaco contro 240 con il placebo e lo studio sul bococizumab, anch’esso interrotto, che non verrà mai reso pubblico.
In sintesi: se la sono raccontata così bene per anni, che ci hanno creduto anche coloro che l’avevano inventata. Perché dunque prescrivere con tanta facilità dei farmaci dai gravi effetti collaterali, in particolare per chi fa sport? Non è obbligatorio accettare passivamente le decisioni del nostro curante. Pur nel rispetto della sua competenza, che per definizione è superiore alla nostra, possiamo e dobbiamo – se non siamo convinti – chiedere informazioni complete. Il medico di segnale non è interessato a ridurre il colesterolo di uno sportivo. È interessato a perseguire la salute complessiva di quell’individuo senza sedersi sulla falsa tranquillità di linee guida spesso costruite ad arte, ma i cui reali benefici sono oggi sempre più realisticamente messi in dubbio. Un colesterolo isolato alto in una persona altrimenti sana non richiede e non richiederà mai di essere controllato farmacologicamente.