Camminare fa davvero dimagrire? Ecco tutto quello che devi sapere

Di: Saverio Fattori

Camminare fa dimagrire. Ce lo dicono un po’ in tutte le salse convincendoci che una semplice camminata può regalare risultati inaspettati. Molti magazine, soprattutto nel periodo estivo, dispensano preziosi consigli sull’argomento e le pedonali che cingono città e paesi sono pieni di arditi con bacchette o meno.
Per chiarirci meglio le idee abbiamo interpellato Alessandro Pezzatini biomeccancio ed ex marciatore di livello internazionale, uno dei fondatori della Scuola Italiana di Camminata Sportiva. Lo scopo è comprendere meglio di cosa stiamo parlando, per capire quando e come il cammino può essere un esercizio efficace per migliorare la qualità del nostro benessere fisico generale e favorire un rapido dimagrimento.

Numerosi articoli sembrano attingere a studi scientifici seri, quindi le informazioni che riportano sonno corrette?

<<Qualche volta, i cosiddetti “studi scientifici” possono essere fonte di informazioni parziali ed anche tendenziose. Per sintetizzare, in letteratura è scritto che l’attività fisica anche a basso livello ma svolta con una certa continuità ed intensità, migliora la capacità dell’organismo di utilizzare al meglio l’insulina. Riduce quindi una delle più comuni cause del “prendere peso”, cioè l’insulino-resistenza, fattore anabolico primario per i sedentari, spesso precursore del diabete.
Fra le attività fisiche di facile attuazione, la “camminata” svetta senza confronti per motivi ovvi: è già presente nel nostro quotidiano, può essere facilmente gestita per intensità e durata, non necessita di particolari conoscenze tecniche o strumenti. Non dubito delle misurazioni svolte dai vari centri di ricerca ma la causa e l’effetto non sempre sono così relazionabili>>.

Ed è possibile dimagrire con la sola camminata?

<<Intanto è bene ricordare che dimagrire non significa perdere peso bensì consumare e utilizzare il tessuto adiposo, la nostra “riserva energetica” per particolari situazioni funzionali non così facili da ottenere. Infatti prima di iniziare ad intaccare i cosiddetti “substrati lipidici” (il grasso) il nostro metabolismo ha un metodo ben più semplice e remunerativo per produrre energia attraverso l’utilizzo del glicogeno sia muscolare sia epatico. E, normalmente, ci vuole ben altro che una mezz’oretta di camminata (sia pure ad andatura sostenuta e ripetuta nel tempo) per far entrare nel circuito catabolico anche i grassi, carburante di “serie B” sia per difficoltà di utilizzo sia per resa energetica. Mi sembra inutile poi ricordare che se introduco 1000 calorie e ne consumo solo 900 le rimanenti trovano sicuramente dove sistemarsi>>.

Occorre quindi arrivare ad un punto in cui l’attività della camminata diventi un impegno ad intensità piuttosto elevata per avere qualche speranza di risultati concreti. Come ci si arriva e quando la camminata può considerarsi performativa?

<<La Camminata Sportiva (per usare un termine ormai noto) deve essere ben identificata da relazioni dirette con chi la esegue per poterne determinare la “dose” migliore: ovvero per ottenere il risultato specifico dell’utilizzo (anche) dei grassi a scopo energetico. Ciò presuppone una vera e propria valutazione funzionale del soggetto in questione e la programmazione di un percorso di “allenamento” sia per ottenere il miglior risultato sia per non vanificare l’impegno comunque profuso. Quando si parla di andatura sostenuta bisogna poi evitare le generalizzazioni: ogni soggetto, in relazione al suo stato fisico, all’età, alle condizioni di salute ed altri parametri non meno importanti ha una diversa soglia di funzionamento. Il riferimento da tenere in massima considerazione per programmare un’attività fisica di durata come la Camminata Sportiva è la “frequenza cardiaca”, facilmente monitorabile con un cardiofrequenzimetro a fascia>>.

Quindi ogni ragionamento va affrontato singolarmente. Mi pare di capire che questi articoli “estivi” non contengono vere e proprie bugie, magari banalizzano e sintetizzano cose un po’ più complesse…

<<Semplificare è decisamente più rassicurante. Se invece si vuole ottenere un effetto specifico, cioè dimagrire (sempre salvando le caratteristiche comunque specifiche del soggetto…) le possibilità di raggiungerlo senza individualizzare il contesto ed il percorso mi sembrano scarse. Per raggiungere velocità degne dell’aggettivo „sportive“ è necessario conoscere qualche rudimento ottimizzativo: l’aumento della velocità della camminata porta alla corsa con un normale ed automatico adattamento della biomeccanica di base: la velocità di incrocio tra le due attività può essere individuata (anche a seconda delle caratteristiche del soggetto) tra 8 e 9 km/h oltre i quali per poter continuare a „camminare“ sono indispensabili conoscenze tecniche e capacità fisiche non banali. Per questo abbiamo deciso di fondare la Scuola Italiana di Camminata Sportiva che forma istruttori con conoscenze di base sufficienti a questo primo passo: all’inizio abbiamo ricevuto commenti anche sarcastici sull’opportunità di dover “imparare a camminare” per gestirne il lato ( diciamo) prestativo. In fondo camminare è l’attività più normale e naturale che ognuno di noi esegue ogni giorno, ma basta provare ad accellerare la velocità o ad allungare la durata per far ricredere gli scettici. A quel punto, per moltissime persone che necessitano di questo tipo di fisicità, non amano gli spazi chiusi ed hanno problemi a correre, si aprono le porte di un’attività che in poco tempo può dare grandi soddisfazioni sia salutistiche sia sportive>>..

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