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Calcaterra: se una notte di maggio un Passatore…

14 Aprile, 2015

Quella di sabato 30 maggio potrebbe essere la sua decima partecipazione alla 100 km Firenze-Faenza. Nelle precedenti nove edizioni ha sempre vinto collezionando nel frattempo anche tre titoli iridati. Ci è sembrato un buon motivo per una chiacchierata con Giorgio Calcaterra che si è confidato con il nostro Direttore Daniele Menarini
. L’intervista completa è pubblicata sul numero di aprile. Eccone un assaggio.

Come nasce la passione per la “cento”?
«Dal fascino per i numeri tondi: cento e mille sono numeri che solo a pronunciarli ti autorizzano a sognare, per le tante cose che possono contenere.»

La prima volta, allora: avanti con il racconto.
«Avevo diciotto anni. Non ero ancora, sul serio, un corridore. Era estate. Roma era avvolta dal caldo e dal silenzio. I miei famigliari erano in vacanza a Fiumicino, dove avevamo una casa. Partii in bicicletta per andare da loro a prelevare la canoa. Ne avevamo una di quelle che si vedono ogni tanto al mare, non certo da competizione. Caricai la canoa sull’auto di famiglia e mi feci riaccompagnare a Roma, tra lo stupore generale. La calai in acqua all’altezza dell’isola Tiberina, perché in quel punto le rapide del Tevere sono già terminate. Da lì navigai fino quasi al mare. Dico “Quasi”, perché quando ero già in vista della foce venni fermato da una motovedetta della Guardia di Finanza: la Guardia Costiera aveva diramato un allarme per il mare ingrossato e non mi fecero proseguire. Raggiunsi la casa dei miei come potevo, a piedi, con la canoa in spalla, poi ripresi la bicicletta e me tornai a Roma. Anche se, forse, tragitto in auto escluso, non erano proprio cento chilometri, quella, nella mia mente, rimane la prima volta. Perché in una corsa lunga, a piedi o in altro modo all’epoca non mi importava, io vedevo la risposta concreta a un bisogno, che ho sempre sentito, di fare anche qualcosa di speciale, non solo le cose che si fanno tutti i giorni, soprattutto per necessità. “Senti il bisogno di fare qualcosa di epico”, mi viene di solito risposto. Può darsi, ma epico comporta l’essere famoso mentre per me il qualcosa di speciale ha a che fare più con la libertà, il non sentirsi solo un numero o il pezzo di un ingranaggio, almeno qualche volta nella vita.»

La coglie mai la paura di perdere?
«Ho ben presente che perderò, prima o poi. Non è davvero un problema, del resto ci sono abituato: alla Roma-Ostia di quest’anno, Kwemoi, quello che ha vinto, mi ha rifilato 10 minuti tondi! Devo, anzi, cominciare ad accettare i cambiamenti del mio corpo e anche quelli della mente. Devo partire dalla considerazione che l’ultimo Passatore l’ho chiuso in più di sette ore e che all’ultimo Mondiale, io che ne ho vinti tre, sono arrivato ottantesimo. Anche se la natura mi ha permesso di dare il meglio di me a 39 anni, a 43 compiuti da poco (è nato l’11 febbraio 1972) devo accettare che questo è il Calcaterra di oggi. E quando alla mattina mi sveglio, mi viene in mente quando mi allenavo alle quattro e mezza, perché col taxi prendevo servizio alle sei, e mi chiedo: “Oggi ne sarei ancora capace”?

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