Maratona di Boston: una storia lunga 122 anni e 42,195 km

Foto Giancarlo Colombo
Di: Daniele Menarini

Quel giorno del 1896, ad Atene, c’era anche John Graham. Era il team manager della squadra olimpica americana. Prese la commozione che lo aveva assalito all’arrivo di Spiridon e la tenne chiusa dentro di sé, come un bambino che si mette in tasca la sabbia quando le vacanze al mare stanno per finire. Tornò a casa e ne parlò con gli amici della B.A.A., la Boston Athletic Association di cui si onorava di essere membro e il cui  simbolo era quell’unicorno che ancora appare effigiato nelle medaglie della maratona di Boston.

Maratona di Boston: la storia del percorso

L’idea di John era olimpica in tutto e per tutto: la prima B.A.A. Marathon sarebbe stata denominata “The American Marathon”, gara conclusiva dei “B.A.A. Games”. Graham prese in considerazione diversi percorsi prima di scegliere le 24,5 miglia che si sviluppavano da Metcalf’s Mill nella zona di Ashland, a Irvington Street Oval, nei pressi di Copley Square, a Boston. Rimisurate in modo capillare ventisei anni dopo, quelle dichiarate ventiquattro miglia e mezzo risulteranno poco più di 23,1 (circa 37 chilometri).

La gara fu così allungata a 24,8 miglia (circa 40 chilometri) per le tre edizioni del 1924, 1925 e 1926, quando la linea di partenza fu spostata da Ashland a Hopkinton. Nel 1927, gli organizzatori allungarono il percorso a 26 miglia e 385 yards, perché questa era nel frattempo diventata, in base agli Olympic Standard consigliati dal Cio, l’esatta lunghezza di una maratona.

Dal 1957 la lunghezza passò a 26,218 miglia, la cosiddetta marathon distance, pari ai nostri 42 chilometri e 195 metri.

Maratona di Boston: John J. McDermott, il primo nome dell’albo d’oro 

I nomi, però, più che le cifre, scandiscono il divenire di questo racconto di corsa, di una storia non solo di campioni e appassionati, ma anche di costume dello sport.

Una storia che comincia con John J. McDermott, di New York. Tagliò il traguardo della B.A.A. Marathon in 2:55’10” e fu il primo dei 15 atleti al via, poco consapevole, probabilmente, di aver posto il proprio nome nella prima riga di un albo d’oro che avrebbe solcato il confine del secolo che stava per finire e anche quello del successivo.

La maratona di Boston: dalla festa alla tragedia

Era il 19 aprile 1897: per gli abitanti del Massachusetts e del Maine era the Patriot’s Day, la festività che ricorda l’inizio della rivoluzione dei coloni di terra americana contro la madrepatria britannica. L’abbinamento tra la maratona di Boston e la festa non è mai venuto meno. Fino al 1968 il Patriot’s Day fu celebrato sempre il 19 aprile indipendentemente dal giorno della settimana a cui corrispondeva, con l’eccezione di quando capitava di domenica. In quella circostanza, la festività veniva spostata al giorno seguente, lunedì 20. Dal 1969, la festività è diventata una data mobile, decisa ufficialmente per il terzo lunedì di aprile.

Festa e maratona, da quel momento, correranno assieme attraverso la storia, anche quando, dal 1969, il Patriot’s day abbandonerà la
data fissa del 19 aprile per essere celebrato il terzo lunedì del mese. E anche quando, lunedì 15 aprile 2013, la festa si trasformerà in tragedia con le due bombe scoppiate sul traguardo, quando il cronometro segnava 4:09’ di gara.

E tante sarebbero le storie della maratona di Boston. Più dei 36.748 partenti e 35.868 arrivati che si cimentarono sul percorso in occasione dell’edizione numero cento, nel 1996.

Maratona di Boston: dal primo straniero alla staffetta militare

Storie come quella dello studente del Boston College Ronald J. MacDonald, proveniente da Antigonish, Nuova Scozia, che fu il primo straniero a vincere la maratona, in 2:42’00”, nel 1920. La prima delle diciannove diverse nazionalità che fino a ora può contare l’albo d’oro.

Storia di Clarence H. DeMar, da Melrose, Massachusetts, sette vittorie, l’ultima delle quali a quarantuno anni, nel 1930, contro il parere dei medici.

Storia dei dieci soldati della squadra di Camp Devens, Ayer, Massachusetts, che chiusero in 2:24’53” la maratona a staffetta riservata ai militari, che si disputò, al posto della gara individuale, nel 1918, quando il paese era impegnato lontano, nella prima guerra mondiale.

Maratona di Boston: le 61 partecipazioni di John A. The Elder Kelley

Storia di John A. The Elder Kelley, debuttante alla maratona Boston, dove vinse nel 1935 e poi di nuovo nel 1945, ma dove, soprattutto, corse 61 volte, e per 58 riuscì ad arrivare in fondo. L’ultima volta fu nel 1992, a ottantaquattro anni. Kelley è anche l’unico atleta del B.A.A. ad aver vinto la gara, anche se, forse, quella che non scorderà mai è l’edizione del 1936 (un lunedì, 20 aprile quindi), quando, ispirandosi a lui, il reporter Jerry Nason, del Boston Globe, coniò il soprannome Heartbreak Hill assegnato alla micidiale salita dell’ultima delle Newton’s Hills.

Kelley, in rimonta, raggiungendo, su quella salita, Ellison Tarzan Brown, gli diede una pacca sulla spalla, a titolo di incoraggiamento. Brown trovò la forza di reagire e di riacciuffare la testa della gara, “spezzando il cuore” di Kelley, come scrisse Nason.

La maratona di Boston e i cerchi olimpici: da Joan Benoit a Gelindo Bordin

Storie, inevitabilmente, anche di veri grandi, vincitori di almeno tre edizioni: Leslie Pawson, Gerard Cote, Bill Rodgers, Eino Oksanen, Ibrahim Hussein, Cosmas Ndeti e Fatuma Roba. Storie infine di grandissimi, perché per un’idea nata sotto la bandiera a cinque cerchi non c’è premio più grande della vittoria di un campione olimpico: quattro in tutto, tre donne e un uomo: Joan Benoit (Los Angeles ’84), prima a Boston nel 1979 e 1983; Fatuma Roba (Atlanta ’96), vincitrice nel 1997 Rosa Mota (Seoul ’88), tre vittorie datate 1987, 1988, 1990; Gelindo Bordin (Seoul ’88), primo nel 1990. Storie che possiamo sentir raccontare ancora, quando le foto dei vincitori ci guardano, al caldo dell’Elliot Lounge dove ogni anno si finisce a festeggiare gli eroi noti e meno noti di questa lunga storia di corsa.

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