Dopo Berlino esplode la “Bertone-mania”

Francesca Grana
Di: Francesca Grana

Quanto tempo era che un’atleta italiana non si guadagnava tanto spazio sui giornali, comprese le testate non specializzate? Una notorietà conquistata anche grazie all’autenticità di un personaggio mai sopra alle righe, sempre in bilico tra turni in ospedale e allenamenti qualificati.
Entrata nel cuore degli appassionati per la querelle che ha preceduto la sua (meritata) convocazione alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, oltre che a suon di risultati, vi riproponiamo la versione aggiornata dell’approfondimento dedicato alla maratoneta Catherine Bertone, pubblicato sul numero di Correre di luglio 2016. Medico, mamma e poi atleta.

Non una “seconda Straneo”
La storia di Cathrine Bertone non ricalca quella della Straneo, esplosa a 35 anni suonati dopo aver risolto un problema di salute. Fino al 2011 a Catherine piaceva correre, ma non rinunciava ai diversivi offerti dalla montagna, come alpinismo e sci di fondo.
«Ho deciso di smettere con le altre attività, anche perché, da mamma di due bambine, non mi sentivo tranquilla a passare i weekend in quota, scarpinando su crinali esposti» racconta la Bertone.
Da quando si dedica unicamente all’atletica il progresso è stato costante: 2’36”00” a Berlino nel 2011; 2:34’24” a Francoforte nel 2013; 2:32’46” a Torino nel 2014, nel ventennale della sua prima maratona; 2:30’19” a Rotterdam lo scorso aprile. Sino al favoloso 2:28’34” di Berlino 2017, record del mondo MF45, record italiano MF45 sulla mezza maratona (1:14’01”) e miglior crono italiano femminile assoluto del 2017.

Non in squadra
La sua assenza dai Mondiali di Mosca 2013 e Pechino 2015, oltre che dagli Europei di Zurigo 2014, è stata il risultato di scelte tecniche, in quanto, a dire dell’allora DT Massimo Magnani, la rosa azzurra poteva contare su un parterre di altre 7/8 maratonete migliori di Catherine. A dir la verità, non ce ne ricordavamo così tante.
«Che godessi di poca considerazione non è una novità, basta pensare che alla Stramilano, chiusa in 1:14’18” e prima italiana, tutte le interviste e le attenzioni furono dedicate a Giovanna Epis. Bravissima, ma pur sempre seconda» evidenzia la Bertone.
Dopo la sudata convocazione alle Olimpiadi di Rio, la Federazione non ha tardato a comunicarle che non rientrasse più nel novero degli “atleti d’interesse nazionale”: la discriminante era un piazzamento nei primi 24, giusto giusto una posizione meglio della sua.
«Mannaggia a me che mi sono messa a salutare il pubblico, ma che cambia: fossi arrivata 24ª avrebbero magicamente scritto 23» commentò la maratoneta su Facebook.

Non una professionista
Nel 1991 Catherine inizia l’università iscrivendosi alla facoltà di Medicina di Torino e nel 1992, a causa dell’impegno richiesto dagli studi, sospende l’attività agonistica.
Nel 1994 partecipa per scommessa alla sua prima maratona, che chiude in 3:30’.
Nel 1996 la laurea, dopo alcuni stage medici lavorativi in Romania e in Svizzera.
Nel 2000 ottiene la specializzazione in malattie infettive e si trasferisce prima a Londra e poi a Parigi, dove aveva scritto la tesi di specializzazione dedicata al trattamento dell’HIV pediatrico e trova impiego presso un centro specializzato in oncoematologia infantile.
Tra il 2002 e il 2004 approda a Biella dove, guarda caso correndo, conosce il marito Gabriele Beltrami, con cui si trasferisce ad Aosta, dove Catherine lavora tuttora come medico pediatra.
«Sapevo di valere un buon tempo, ma non immaginavo di poter scendere sotto le 2:29’. Anche perché ad agosto ho passato oltre 200 ore in ospedale per lavoro ed ero un po’ giù di corda per la stanchezza accumulata» ha dichiarato dopo Berlino.
Essere stata esclusa dal novero degli “atleti di interesse nazionale priva la Bertone dell’assistenza federale in fase di preparazione, della convocazione ai raduni estensivi e dalla pre selezione in maglia azzurra per determinati appuntamenti internazionali.
«Al di là del gradimento di cui godo in Fidal, allontanarmi dall’ospedale per più di 10 giorni mi risulta molto impegnativo, pur potendo contare sulla disponibilità dei colleghi a scambiarci i turni».

Non un dramma
«Nella vita è tutto molto relativo. Se non mi avessero convocato per le Olimpiadi di Rio de Janeiro non ne avrei fatto un dramma. I problemi veri sono altri, come comunicare a una coppia di genitori che il loro figlio è deceduto o che gli è stata diagnosticata la leucemia» confessa la pediatra.
«Per me la corsa rimane essenzialmente divertimento: se arrivo esausta dopo una giornata di lavoro, basta mettermi le scarpette e mi sembra subito di avere le gambe più leggere. Correre è l’unico momento che dedico tutto a me stessa: per quell’ora e mezza evito anche di portarmi dietro il cellulare, a meno che non sia reperibile».
«Alla corsa penso solo quando corro, il resto del tempo sono troppo indaffarata a gestire gli impegni delle mie figlie, la famiglia e il lavoro».

Non è impossibile
«Quello dei microsonni è senz’altro il mio segreto, indispensabile per allenarmi bene dopo un turno di notte, o per operare concentrata dopo un lungo variato di 30 km. La vita in corsia non è inconciliabile con gli allenamenti da professionista, basta organizzarsi: leggendari i miei pasti al sacco a base di mega insalatone miste o gli spuntini notturni addentando una barretta».

Non una conversione dalla corsa in montagna

Catherine Bertone in allenamento ad Aosta

Catherine Bertone in allenamento ad Aosta

Nel 2014 partecipò sotto il diluvio alla prova di Oncino (CN), dove finì decima e soddisfatta, ma venne squalificata per non aver fatto la spunta prima di partire.
Ai Mondiali di corsa in montagna lunghe distanze di Zermatt 2015 (Svizzera) e di Manitou Springs 2014 (Colorado, USA) andò forte, è vero, ma perché si era allenata sperando di vestire la maglia azzurra di maratona.

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