Venicemarathon: a Venezia una “maratona acquatica”

Di: Walter Brambilla

Chiunque avesse acceso il televisore domenica mattina e si fosse sintonizzato su Raisport per seguire le fasi finali della Venicemarathon avrebbe potuto strabuzzare gli occhi. D’accordo a Venezia c’è il rischio di trovare l’acqua alta, è una caratteristica della città lagunare, in passato ha costretto in due occasioni gli organizzatori a negare il passaggio in Piazza S. Marco ai maratoneti, ma questa volta c’era il rischio di affogare….

Nella zona delle Zattere con un marciapiede abbastanza stretto si sono visti i battistrada correre con l’acqua che non solo mordeva le caviglie, ma addirittura saliva sino al polpaccio. Significativa in quel punto la corsa della vincitrice, la keniana Angela Tanui pareva facesse degli skip tanto era costretta da alzare le gambe. Lo spettacolo non è mancato specie per chi ha assistito, magari stupendosi del fatto e per chi ha preso parte alla gara. Non parlo di chi ha tagliato il traguardo nelle prime posizioni: sono maratoneti di vaglia, parlo di chi non esercita la “professione” di maratoneta, bensì di podista, come dice sempre in tv, da opinionista il nostro direttore Orlando Pizzolato.

Tutti erano ultrafelici di aver tagliato il traguardo in quelle condizioni, è stato come un velista doppiare Capo Horn, per un rugbista giocare nelle file dei Barbarians a Twickenam contro gli All Blacks, per un ciclista vincere la cronometro individuale di una tappa del Tour de France sul Mont Ventoux e chi più ne ha ne metta, scegliete voi la disciplina che più vi aggrada. Sta di fatto che sia domenica nel tardo pomeriggio che lunedì per tutto il giorno, sui cosiddetti “social” sono comparsi commenti piuttosto interessanti di chi ha corso la maratona e che non avrebbe gradito un’eventuale sospensione della stessa. Poi mi metto nei panni di chi corre. Dopo aver passato il Ponte della Libertà che collega Mestre con Venezia, io maratoneta mi trovo davanti a un mare d’acqua: “Che faccio? Mi ritiro? Ormai oltre i “maledetti” ponti finali, c’è l’ambito traguardo, anzi se proseguo, comincio a sentire gli urli degli speaker, e allora che sarà mai… L’acqua che bagna le caviglie è quasi un beneficio per i piedi che hanno pestato l’asfalto sino a quel punto”. Più o meno questo è quello che ha pensato la maggioranza di chi ha tagliato il traguardo, bagnato, intirizzito, nel finale si è messo pure a piovere, ma felice di aver compiuto una piccola grande impresa.

Due note sulla parte tecnica. Il più atteso era il maratoneta del Sol Levante Yuki Kawauchi, vincitore a sorpresa di Boston in una giornata di tregenda. Qualcuno aveva sperato potesse fare il bis a Venezia. Le condizioni atmosferiche pur pessime, non potevano certo assomigliare a quelle della maratona statunitense. Poi si è visto subito che dietro alle “lepri” che guidavano nei primi chilometri Kawauchi aveva un passo assai diverso dagli africani grandi favoriti. Il samurai la sua gara l’ha fatta, ha detto che ritornerà. Ma per favore non presentiamolo come un maratoneta da copertina. Quelli sono altri e non frequentano le maratone italiane. Purtroppo

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