Pizzolato: acido lattico e altri luoghi comuni

Quando chiedo come si chiamano gli abitanti di Marte, molte persone rispondono: “Marziani”. Sappiamo bene che il Pianeta Rosso è disabitato, tuttavia la letteratura e la cinematografia del passato sono ricche di riferimenti ai marziani, perché questo pianeta ha solleticato l’immaginazione di tanti. E il luogo comune dei marziani è ancora radicato.

Un altro luogo comune forte, in questo caso nel pianeta corsa, riguarda l’acido lattico. La sua denominazione corretta è, in realtà, acido idrossipropanoico. È definito “lattico” perché è formato dalla reazione di batteri del lattosio (o zucchero del latte) ed è responsabile del sapore acido della crema di latte; nei muscoli degli atleti questa sostanza si forma come prodotto della glicolisi. Nessun fisiologo però fa mai riferimento all’acido idrossipropanoico; al contrario, in molti usano l’espressione “acido lattico”, o “lattato”.

Come tanti pensavano che Marte fosse abitato dai marziani, in tantissimi pensano ancora che l’acido lattico sia dannoso per le prestazioni dei corridori. Non è così. Tutte le deduzioni fatte sono frutto dell’interpretazione sbagliata di un’affermazione diffusa dai primi ricercatori (Fletcher e Hopkins, nel 1907) dei meccanismi di produzione di energia da parte dei muscoli, ripresa anche dall’inglese A.V. Hill, premio Nobel per la medicina nel 1922. Quest’ultimo aveva presunto che i muscoli producessero acido lattico quando la fornitura di ossigeno era insufficiente per lo sforzo che l’atleta stava sostenendo. Tale ipotesi, non verificata, è stata portata avanti per decenni e ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, molti allenatori pensano che ci sia del vero.

È stato però verificato da oltre trent’anni (Connett, Mac Rae, Graham, Saltin 1984-1989) che il lattato è presente nei muscoli anche in assenza di sforzo. Di recente inoltre dei ricercatori inglesi, utilizzando strumenti d’indagine molto sofisticati, hanno affermato (addirittura) che non esiste neppure il meccanismo anaerobico, perché la pressione dell’ossigeno nelle fibre muscolari – e quindi la sua disponibilità – rimane sempre costante; non è dunque la mancanza di ossigeno a limitare le prestazioni.

Tale affermazione si aggiunge a quella del fisiologo canadese Péronnet, che riferisce (dimostrandolo) che la soglia anaerobica non esiste indicando, ancora con dati evidenti, come si sia sempre portata avanti un’idea sbagliata del meccanismo anaerobico.

L’evoluzione delle conoscenze è quindi molto veloce e già davvero molto avanti, anche se Noakes (1985) e Arcelli avevano già esposto qualche dubbio sul meccanismo anaerobico (il primo) e sulla soglia anaerobica (entrambi).

Per tornare all’acido lattico, quando questo elemento si è formato in seguito a un’elevata richiesta di glicogeno, viene degradato in lattato e ioni idrogeno. Il primo è una sostanza usata dai muscoli per produrre altra energia, i secondi invece sono elementi che determinano una riduzione del ph del sangue e ne aumentano l’acidità. Non è quindi l’acido lattico a determinare uno scadimento delle prestazioni, ma, in sostanza, una parte di questo elemento (ioni idrogeno).

Una conoscenza non precisa della situazione porta molti sportivi ad affrontare gli allenamenti con un atteggiamento non solo negativo, ma sbagliato. La formazione dell’acido lattico sotto sforzo non è quindi da evitare, anzi, correre in sua presenza è un aspetto positivo per migliorare le prestazioni (come viene spiegato nel dettaglio nell’articolo, sempre a firma di Orlando Pizzolato, a pagina 26 di Correre di settembre, ndr).

Per fortuna l’uomo ha deciso di continuare a sviluppare le proprie ricerche nello spazio, evitando il timore dei marziani e scoprendo che il Pianeta Rosso non è un luogo da evitare. Chi ha l’apertura mentale per comprendere che i luoghi comuni sviluppati e radicati con conoscenze non appropriate sono degli aspetti condizionanti potrà non solo apprendere aspetti nuovi della fisiologia, ma anche ottimizzare la propria efficienza podistica.

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