fbpx

Muktar Edris, Beatrice Chepkoech, Halimah Nakaay: è festa africana a Doha

01 Ottobre, 2019
IAAF/Getty Images

Serata spettacolo. Da palati fini. Mezzofondo sugli scudi. Festa africana sugli spalti. Il titolo sceglietelo voi. Procediamo con ordine.
Partiamo dai 5000 metri uomini. La finale era costituita dalla sfida tra la Ingebrigtsen family vs l’Africa. Infatti, il belga Kimeli, il canadese Ahmed e lo yankee Chelimo sono dei naturalizzati. Con il trio “norge”, di pelle chiara solo l’australiano Mc Sweeny. L’intento degli etiopi e keniani era di partire subito a grandi ritmi per sfiancare Herik 28 anni, Filip 26 e Jakob 20. Davanti l’etiope Barega viaggia alla grande e Herik ci rimette subito le penne. Si passa in 2’39”06 ai 1000, Filip e Jakob (quest’ultimo riammesso dopo l’inopinata squalifica della semifinale) transitano con 4-5 metri ai 2000 (5’14”64 il battistrada), Jakob passa in 5’17”. Il ricongiungimento, se così si può chiamare, al terzo km, con un altro etiope davanti Telahun Bekele. Il quarto chilometro è percorso in 2’30” e da questo punto, qualcuno comincia a lasciarsi le penne, il plotoncino dei battistrada è chiuso da Mukhtar Edris, campione uscente. Il finale è da fuochi artificiali, con i lavoratori etiopi di stanza a Doha arrivati in massa (si fa per dire) al Khalifa Stadium con le bandiere della loro nazione, fanno un tifo infernale. Ai 600 Filip alza bandiera bianca e si ritira. Jakob si porta in testa, al suono della campana tenta la volata lunga, nell’ultimo rettilineo, esce quella vecchia volpe di Muktar Edris che già due anni or sono crocefisse a Londra davanti al suo popolo niente di meno che Sir Mo Farah. La sua è una volata di forza ai danni del giovane Barega, il suo erede, che sconfigge chiudendo in 12’58’85 contro 12’59”70. Terzo il canadese Ahmed 13’02”93. Jakob in piena crisi negli ultimi 50 metri deve tuffarsi letteralmente sul traguardo per mantenere la quinta posizione con il primato personale di 13’02”93.

E’ una sorta di resurrezione quella di Muktar Edris uomo assai conosciuto in Italia, colonia Gianni Demadonna, personaggio che abbiamo visto in quasi tutte le gare italiane su strada più importanti e nei cross internazionali. Un grandissimo ritorno il suo che promette la rivincita tra un anno a Tokyo, anche se i giovanissimi Barega e Jakob Ingebristen non staranno di certo a guardare.

Altra finale che si prospettava con fuochi d’artificio: i 3000 siepi donne. La favorita Beatrice Chepkoech subito dopo il colpo di pistola ha preso il largo aveva intenzione non solo di vincere, pure di stabilire magari anche il primato del mondo che già le appartiene siglato a Montecarlo lo scorso anno con 8’44”32. Subito un abisso tra lei e le altre avversarie, un baratro incolmabile, passaggi 2’52”95 (1000), 5’55”28 (2000), al terzo chilometro è percorso in 3’02”, le altre grazie alla campionessa uscente Emma Coburn si riportano sotto. Troppo tardi e troppo forte la keniana che vince a mani basse, sulla Coburn.

La terza festa è stata quella delle ugandesi negli 800 metri. La gara orfana della Semenya è andata a sorpresa ad Halimah Nakaay in 1’58”04 sulle statunitensi Rogers e Wilson. Anche in questo caso c’è lo zampino italico, le ragazze ugandesi si allenano in Italia al Tuscany Camp. Ultima gara spettacolare i 400 hs vinti dal norvegese Warholm che succede a se stesso, vendicando l’Ingebrigtsen Family.

Capitolo Italia: Solo Fofana in semifinale negli ostacoli alti. Per Desalu niente finale nei 200.