Le “scarpe impossibili” di Kipchoge

Anche su Correre.it si è parlato di “Breaking2”, il progetto presentato lunedì 12 dicembre dalla Nike e che ha per obiettivo la maratona in meno di due ore. Per questa impresa, da realizzare entro il 2017, l’azienda ha selezionato tre dei migliori maratoneti, tra quelli che ha sotto contratto: Eliud Kipchoge , Lelisa Desisa  e Zersenay Tadese. La notizia, sul nostro sito, è stata corredata con una foto consistente nel primo piano delle scarpe dello stesso Kipchoge, colto quando l’atleta trionfò nella maratona di Berlino del 27 settembre 2015, con il tempo di 2:04’01. La foto ha di nuovo destato curiosità, perché documenta un incidente senza precedenti, consistente nell’espulsione (quasi completa) dei sottopiedi dalle scarpe.

All’epoca rimasi stupito anch’io di quanto accaduto e su Correre (il mensile), in base alla mia specifica esperienza di progettazione e sviluppo di scarpe da gara per vari atleti di valore mondiale (come, ad esempio, Paul Tergat o Moses Tanui), misi in fila le possibili spiegazioni:

  1. si trattò di solette sottopiede stampate con un nuovo materiale, non testato a sufficienza; si trattava di un elastomero in forma espansa, a portanza molto bassa, dal comportamento paragonabile a quello di alcuni componenti in lattice di gomma usati in ortopedia, materiale tendenzialmente scivoloso.
  2. Tali solette erano state stampate con una forma inferiore piuttosto stondata (anziché piatta) e, soprattutto, con una “texture” in alto rilievo lungo tutto il bordo posteriore inferiore.
  3. La tomaia era già realizzata con una costruzione a maglia (knit), con una foratura piuttosto larga anche nella zona attorno alla suola.

Conclusi che a causare il “disastro” fosse stata la sfortunata compresenza di questi 3 diversi elementi e ipotizzai che il materiale della soletta avesse incominciato a scivolare, in seguito alla forte deformazione dovuta dallo schiacciamento conseguente a ogni impatto sul terreno (e magari anche di una allacciatura non troppo tesa). Le sporgenze presenti sulla texture della soletta, a quel punto, incominciarono a interagire con i fori interni alla tomaia, di fatto “aggrappandosi” all’interno della scarpa; così la soletta cominciò la sua lenta risalita, senza però riuscire a terminarla del tutto, fino a uscire dalla scarpa, perché ancora trattenuta dall’aderenza di alcuni elementi sporgenti.

Feci anche notare al lettore che, in conseguenza del diverso impatto sul terreno del piede sinistro rispetto al destro di Eliud, anche le solette erano uscite diversamente: nelle riprese si vedeva infatti il piede sinistro impattare con l’intera pianta, abbastanza indietro, e lateralmente, con una successiva pronazione, piuttosto marcata, spingendo così la soletta sinistra a uscire sul lato mediale della scarpa. Poiché il piede destro, invece, impattava un po’ più in avanti, e con meno pronazione, la soletta venne espulsa più posteriormente.

Conclusi con un “Tanto di cappello” a Eliud Kipchoge, non tanto per il tempo stratosferico quanto per il dolore e la sofferenza extra che dovette sopportare: in quelle condizioni, la maggior parte di noi non avrebbe completato neanche un giro dell’isolato.